Olinda  >>

 

Su Olinda il passato ha lasciato una singolare impronta. Quel che impressiona è il raggomitolarsi su se stesso del corso del tempo come se ogni evoluzione o nuova tendenza dell’umano operare rimandasse al contemporaneo, ad avvenimenti recenti, alle consolidate pratiche di una quotidianità molto vicina. Se nelle città si costruisce seppellendo continuamente il passato, lasciando testimonianze di un collage linearmente causale, a Olinda molto spesso ci s’imbatte in paradossi anacronistici. Ogni appiglio, ogni indizio temporale non offre un referente certo, un punto fermo nell’ordinata dei tempi bensì, puntando a tutt’altri percorsi, riesce a sguisciare dal passato per riempirsi di significato in un contesto incredibilmente attuale.

 

Nel corso di queste poche riflessioni che tratteggiano a fatica frammenti di un  percorso parziale, si imporranno evidenti temi quali lo sfruttamento patologico ed insensato della natura, l’inevitabile sincretismo dei culti nei segni e nei simboli delle epoche di crisi, il bestiale asservimento dell’uomo sull’uomo, l’affermazione della tecnologia alimentata da una degradante idea di progresso e soprattutto la nascita di quella pratica che nell’accumulo dei beni e nella conseguente attribuzione di valori vede il paradigma dell’odierna prassi capitalistica. Tutto questo attraverso una serie d’avvenimenti che vedono, incredibilmente, Olinda come assoluta protagonista della storia moderna.

 

E’ guardare allo specchio dei nostri tempi, constatare come da qui si è venuta a snodare tutta una teoria d’accadimenti chiave, di precedenti illustri per la loro radicale incidenza, per l’immane portata. Tali capitomboli del tempo, vere e proprie vertigini del divenire, rimandano surreali all’Olinda città-invisibile di calviniana memoria che si auto-referenzia di continuo attraverso il suo spazio. Talvolta il salto s’innesca osservando una targa in pietra sulla facciata di una chiesa, ma a stare attenti può succedere anche attraverso il profumo di una pietanza o ancora ascoltando un ritmo che ci investe proveniente dalla piazzetta vicina: l’osservatore si sente parte di un tutto immaginandosi immerso in un certo periodo storico e, di repente, ecco un dettaglio, ogni pensiero scivola via a incagliarsi nella contemporaneità.

 

Antica capitale dei tropici, Olinda ha vissuto un periodo di splendore, centro febbricitante di tesori e tecnologie. Il turista, che oggi passeggia nella città sonnecchiante, cerca semplicemente un po’ di quiete fra mura antiche o un semplice riparo dalla calura estiva. Ma è pur sempre dall’idea di progresso e dalla sua pesante incombenza che ci si trova a cercar riparo in un convento. Si lasciano le palme secolari dalla Praça do Carmo, tenendo a destra per salire la Ladeira de São Francisco alla ricerca di un nascondiglio ospitale: il cortile interno di Nossas Senhora das Neves ovvero Nostra Signora delle Nevi, il chiostro di azuleios che descrivono la vita del Santo d’Assisi.

 

 

Immaginarsi quegli emuli dell’umbro sapiente, l’amico dei lupi, frati di un ordine ormai potente ed ambizioso ai tempi della Conquista, tre secoli dopo la dipartita di San Francesco… Si trovavano a pregare fra queste mura di frate sole e sorella luna in idioma lusitano. L’unica incongruità pare nel nome del tempio, che richiama valli lontane e temperature qui sconosciute. Le due braccia intrecciate di palme e stigmate, così come la gran croce fuori dal tempio sono comuni agli edifici dei frati francescani: è come se il sacro uscisse fuori della chiesa e irradiasse mistico all’esterno. A Olinda, come in tutto il nordeste brasileiro, la croce era il bastione che delimitava il terreiro di Cristo dalle zone di competenza profana, dalle mãe di santos, sacerdotesse di rituale animista: Africa e candomblè.

 

Ma già innanzi alla facciata qualcosa non torna. La scritta che domina uno degli ingressi riporta 1754, piena epoca dei lumi. Del resto lo stile che contorna le finestre tradisce un tardo barocco, dal portoghese barroco ovvero perla irregolare. Non è proprio quello che ci si aspetta dal primo luogo di culto fatto erigere da frati francescani da questo lato dell’Atlantico. Si apprende dalle guide che la costruzione del primo convento terminò nella seconda metà del cinquecento. Del resto, interminabili scavi diretti dell’indigena sovrintendenza, tentano da molto tempo di riportare alla luce fondamenta di più antiche vestigia.

 

Così come il convento di Nossa Senhora das Neves tutte le belle chiese d’Olinda son rifacimenti. Talvolta i canoni architettonici riflettono l’espressione di diverse maniere, ma la data di ricostruzione volge attorno al medesimo periodo. Dopo un disastro, le amministrazioni locali cercano la maniera più simbolica ed immediata per voltar pagina ripristinando le opere e i luoghi densi di significato, un modo per rialzar la testa dopo un periodo scuro. Solo le antiche case sulla Rua do Amparo sono rimaste indenni alla distruzione, così come l’arcigna chiesa di São João Batista dos Militares. L’accanimento nella distruzione delle chiese aveva senza dubbio un significato simbolico. Del resto in nessun altro posto come in questo, le chiese cattoliche hanno rivestito un così peculiare valore.

 

 

Gesuiti, francescani, carmelitani e benedettini arrivati ad ondate sulle navi mercantili dalla penisola iberica lanciavano dal morro di Olinda, già nella prima metà del cinquecento, la più massiccia campagna di evangelizzazione mai vista e costruivano conventi e cattedrali. Spagna e Portogallo, braccio armato di Santa Romana Chiesa, erano i fautori in armi del nuovo ordine mondiale: Ingazio di Loyola, la Compagnia di Gesù, il Sant’uffizio… Tutta una popolazione d’indigeni da convertire, con le buone o le cattive, gli abitanti di una terra che ancora non s’intuiva quanto potesse essere grande. I due regni si spartiscono la Conquista lasciando tracciare al Papa, arbitro in terra dei voleri celesti, una linea immaginaria contando cento leghe ad occidente dalle isole di Capo Verde (il trattato di Tordesillas del 1495): a ponente di quella, la terra spetta al regno del Portogallo e a levante, agli spagnoli.

 

La guerra Santa agli infedeli varca così l’Atlantico per infuocare il continente sudamericano, mentre in Europa, cacciato l’invasore islamico, per tutto il secolo sedicesimo si susseguono le guerre di religione a causa d’infuocati dissidi interni: riforme e controriforme. La fede, benzina sul fuoco, alimento di furore necessario alla creazione di un nuovo ordine, il paradigma di rinnovati poteri: l’Europa della Conquista dava l’addio definitivo a cavalieri, castelli, vassalli e ai sacri romani imperi. Vacilla l’antico status feudale, si generano nuovi soggetti, classi dominanti in cerca di sacre legittimazioni. Gli odierni stati nazionali, l’allora espressione del nuovo ordine mondiale, nascono da questi incendi pretestuosi, dissidi religiosi e guerre di cent’anni, per diventare gli unici potenti organismi in grado di finanziare nuovi conflitti e le spedizioni della Conquista d’oltre oceano.

 

Obbiettivo dei portoghesi attraverso le colonie era soverchiare i commerci di Venezia; le potenti famiglie genovesi hanno, del resto, un ruolo fondamentale nell’innescare la Conquista. Gli arabi cacciati dall’Europa cristiana mantenevano il monopolio sui prodotti d’oriente che vedevano turchi e veneziani come importatori unici. Occorreva circumnavigare l’Africa per aggirare le rotte dei mercanti infedeli. L’impresa colossale riuscì: i lusitani rompono l’egemonia araba, affondano la grandezza della Serenissima e conquistano le remote coste d’oriente; a Macao, Goa, Bombai e Batavia si parla portoghese. Insomma, del sud-america inizialmente ai portoghesi non importava un bel nulla. D’oro sulle coste del Brasile non se ne trovava e il metallo prezioso era l’unica cosa che interessava i mercanti d’oriente che avevano tutto, mentre l’Europa prima della Conquista era terra di poveracci. Dalla dissoluzione dell’impero romano, il vecchio continente non teneva il passo con l’oriente. L’Europa, tormento di malaria, tifo e peste; e fame, e guerre di cent’anni... Conquista e Rinascimento son gli spartiacque, i primi conflitti fra nazioni, gli embarghi commerciali, la polvere da sparo…

 

In questo clima nella penisola iberica abitano quelle genti europee che per secoli hanno praticato l’arte nefasta della guerra, sulla propria terra, contro un nemico irriducibile e preparato. Dall’Islam appresero tecniche di combattimento, conoscenze scientifiche e tecnologia, soprattutto in campo navale. Le famose caravelle erano mutuate dalle karabe arabe; pure sulla famosa spedizione guidata da Cabral c’erano naviganti del mar d’Arabia e dell’Oceano Indiano con bussole e cannocchiali. Da Marco Polo fino al periodo della Conquista i viaggi intercontinentali erano sì numerosi, ma tutti verso oriente, i piedi ben saldi sulla terra ferma, a macinare chilometri e chilometri, sulle piste dell’Impero del Gran Kahn o sugli itinerari dei pellegrini, Santiago di Compostela, Reims, Bari e Gerusalemme.

 

Venivano dall’Islam i cacciatori dei venti, architetti di vele che imbrigliano l’aliseo che soffia da est, che allontana dalla costa d’Africa, per acque ignote. La canna da zucchero trapiantata in Brasile proveniva anche questa dal medio oriente, dalle coste del Libano. Le piantagioni, dapprima a ridosso della costa e lungo i fiumi del bacino del Rio San Francisco, si spostarono via via verso l’interno, con il progressivo costruire degli engenhos. La salutare pratica della rotazione, nella monocultura della Conquista, non era semplicemente prevista e così si bruciavano chilometri di foresta per far posto alle piantagioni: lo zucchero, la nuova specialità per le corti d’Europa.

 

Non è per fare dello storicismo, che tanto la vera immagine del passato guizza via… e rimangono solo fantasmi di pietra sotto la salvaguardia dell’UNESCO con l’etichetta patrimoni dell’umanità… Ma, ci si chiede, è ancora possibile tra queste mura, sentire l’eco di quella determinazione? Cogliere tracce di Fede e Conquista? Come nei sermoni infuocati di padre Antonio Veira:

 

Senhor, os Reis sao vassalos de Deus,

e se os Reis nao castigam os seus vassalos,

castiga Deus os seus...

 

…tutto contrasta in modo imbarazzante con l’innocua quiete dell’Olinda turistica. Olio di balena e pietra pomice è quel che rimane da tutelare.

 

Mentre a Roma Michelangelo dava le ultime scalpellate alla Pietà per la nuova San Pietro si moltiplicavano le ardite missioni d’oltre Atlantico. Come non paragonare queste spedizioni verso l’ignoto agli attuali viaggi spaziali? L’audacia e la determinazione di varcar la curva dell’orizzonte, là dove il nostro cielo già non surgea fuor dal marin suolo, come per l’Ulisse della Commedia.

 

E, por falta de estrelas, menos bela,

do Pólo fixo, onde ainda se não sabe,

Que outra terra comece, ou mar acabe

 

… così il poeta Camoens nelle Lusiadi, épico poema degli esploratori portoghesi: niente stelle conosciute o carte nautiche. Mentre le anime inquiete di Galileo e Copernico scagliavano la coscienza dell’uomo su un sasso vagante nel cosmo, per mare convivevano sestante e brujula (bussola), scienza applicata e stregoneria… I viaggi spaziali accompagnano la produzione fantascientifica del secolo ventesimo, piccola fisiologia dell’oggi. Ai tempi della Conquista, Hieronymus Bosch fiammingo, ritraeva le fantasie accese dai racconti dei navigatori di ritorno dal nuovo mondo, i marziani del Giardino delle Delizie.

 

Quante ne devono aver sentite le colonne del chiostro del convento di Nossa Senhora das Neves... La tranquillità di questo luogo è solo un’illusione, un’elegante messa in scena per turisti fuori dal tempo, che in cerca di pace e riflessione, nel tentativo di trovar rifugio dalle macabre rovine del quotidiano si trovano ad avere il loro pensiero sballottato proprio verso gli inquietanti scenari di oggi. Olinda a ondate ci rigetta sugli scogli del presente: le guerre di religione, il nuovo ordine mondiale, Islam e viaggi spaziali. Ma è solo l’inizio, la vertigine è appena agl’inizi, che Olinda è un fiume in piena.

 

 

Fu una spedizione spagnola guidata da Vicente Yáñez Pinzón, già ufficiale di Cristoforo Colombo, ad attraccare il Cabo de Santo Agostinho (tre quarti d’ora d’auto a sud d’Olinda), i primi passi sull’isola di Santa Cruz. Esiste pure una copiosa bibliografia che vuole irlandesi, vichinghi o addirittura fenici a scoprire per primi il Brasile. Ma il regno del Portogallo aveva bisogno d’una collocazione temporale altisonante, emblematica e soprattutto di una spedizione ufficiale lusitana. Così, nella primavera dell’anno millecinquecento, il regno di Manuel I sbarca sulle spiagge dell’attuale stato di Bahia, in una spedizione guidata da Pedro Alvarez Cabral. E se simboli e nomi hanno un senso, pure la denominazione Porto Seguro lascia indovinare un luogo particolare, una baia sufficientemente al riparo da accoglienze indigene non proprio pacifiche.  Relativamente tranquille eran pure le tribù che abitavano l’allora Pernambuco: a partir dalla capitanìa di Duarte Coelho Pereira, non si registreranno particolari incidenti sul tranquillo morro d’Olinda da cui si dominava tutta la Costa dos Corais.

 

Dal trattato di Tordesillas in poi, quei regni d’Europa esclusi da accordi sanciti da bolla pontificia si sentono in diritto di prendersi pure loro una fetta di torta. Sono gli ugonotti francesi a tormentare per primi la tranquillità della corona portoghese. La costituzione delle capitanìe ereditarie, il conseguente frazionamento del territorio che diede origine agli stati della federazione brasiliana, rappresenta l’estremo tentativo di Lisbona di organizzare il territorio ad opporre una resistenza efficace alle scorribande di quei determinatissimi coloni, molti in fuga da una Francia che non li voleva. Ugonotti e indios, bizzarra alleanza che diede vita a tormentati scontri ed infiniti spostamenti percorrendo l’immensa costa brasiliana ai tempi in cui le frecce avvelenate eran ben più pratiche ed efficaci del corredo bellico dei tempi: spingarde e polvere da sparo.

 

Se tupì e guaranìs si rivelarono guide preziose ed amichevoli, le tribù aimores eran ben più diffidenti nei confronti degli uomini venuti da Oriente. Fece sicuramente scalpore all’epoca l’uccisione del potente donatario Francisco Pereira Coutinho, capitano della corona dell’allora capitale Salvador. Gli indios attaccarono la residenza presidiata, catturarono il malcapitato e… se lo mangiarono. Osteggiare pratiche antropofaghe fu primario obiettivo evangelico e missionario. Tapuias, aruaques, caraíbas... Nessun impero centrale, ma duecento etnie e centosettanta lingue differenti. Con la denominazione tupi-guaranìs si intendono quelle tribù che popolavano quasi tutta la costa parlando dialetti simili: essi rappresentarono perciò l’identità culturale di maggior peso con cui gli europei si confrontarono.

 

L’unica risorsa che i lusitani riuscirono a sfruttare nei primi decenni di colonizzazione, fu il pau brasil, una strana pianta snella e spinosa, che veniva usata come colorante color brace, da cui l’origine del nome Brasil. Il nome stesso rimanda perciò all’antica e perversa pratica della deforestazione, dello sfruttamento e della devastazione del territorio: la terra do paraiso è legata indissolubilmente alla distruzione della natura, come da un peccato originale. Del resto basta allontanarsi dalla costa per qualche chilometro: morbide colline verdi che sembrano Toscana, si ripetono invariate all’orizzonte, la canna da zucchero pettinata dall’aliseo, ondeggia con movimenti delicati e armoniosi. Il senso di tranquillità e di pace è turbato solo dal pensiero che, fin dove lo sguardo si perde, si estendeva sconfinata la mata atlantica, abitata da indios e fauna selvatica. La visione è ancor più desolante se veduta dall’alto. Basta fermarsi su una collina per notare i piccoli villaggi, ciò che resta di piccoli engenhos e, vicino alle abitazioni, gli avanzi di quella vegetazione lussureggiante, come su un cranio spelacchiato.

 

 

 

L’allarmistica odierna fatta d’appelli incessanti quanto vani tesi a proteggere il gran polmone del mondo, il gigante verde che contiene una quantità non censibile di specie viventi e con essa un quinto dell’acqua dolce del pianeta, riecheggia sinistra e grottesca alla luce di questa consapevolezza. La grande foresta si estendeva per tutta la costa dove i tupinambàs piantavano la manioca, ancora oggi la cultura a fondamento della cucina brasiliana. L’arbusto produce un tubero dolce di zucchero e velenoso d’acido cianidrico: va lavorato per divenir commestibile. Gli indios, che vivono di caccia come gli antichi popoli guerrieri, la coltivano per l’uso limitato alle proprie necessità. Ai tempi insegnarono ai portoghesi come pulirla ed essiccarla, ad estrarne la fecola di tapioca, la farina di queste latitudini. Ancora oggi, gli abitanti delle foreste raccolgono manioca e la preparono come da sempre i loro padri. Una leggenda indigena dice che la foresta amazzonica è dove Dio non ha portato a termine la Creazione. Tornerà a completare la sua opera quando morirà l’ultimo indios.

 

Darcy Ribeiro differenzia in tre grandi categorie i popoli d’America: i popoli testimoni, i popoli trapiantati e i popoli nuovi. Una classificazione che non tiene solo conto delle matrici coloniali e linguistiche del nuovo continente, ma anche della dinamica interazione fra le sue diverse culture avvenuta in tempi distanti e con modalità affatto differenti. Popoli testimoni sono quelle genti del continente americano fra cui i mesoamericani (gli attuali Messico e America centrale), e gli andini (Perù, Bolivia, Ecuador, il nord cileno e il sud colombiano) i depositari della memoria delle antiche civiltà Azteca, Maia e Incas. Le immense cattedrali cattoliche a Cuzco e Ciudad de Mexico furono costruite sui templi sacri delle antiche civiltà. Erano intese a sostituire l’autorità religiosa e a sancire il potere temporale: la nuova classe dirigente venuta dal mare sostituisce in pochi anni gli antichi re degli imperi del sole. In Brasile niente di paragonabile. A Olinda la cattedrale del Salvador do Mundo che domina il morro è misurata e garbata nelle sue proporzioni, più vicina alle dimensioni delle malocas indios che ai monumentali templi dello Yucatan.

 

La Conquista fu possibile attraverso l’arma biologica più devastante a tutt’oggi mai usata, quella che soldati spagnoli inconsapevolmente si portarono in corpo. Tifo, colera e malaria, inesauribile fonte di disperazione del vecchio continente, decimarono la popolazione amerindia prima ancora dell’inizio della Conquista vera e propria, quella perpetrata con le armi e l’inganno. I grandi saccheggi d’oro e d’argento che sconvolgevano gli equilibri oriente-occidente cominciavano a tracciare allora il solco fra il nord e il sud del mondo. A differenze dei carichi che veleggiavano fra Lisbona e Recife, i bastimenti dall’eldorado spagnolo viaggiavano necessariamente scortati: subire un’offensiva di pirati, significava mettere a repentaglio ricchezze sconvolgenti. Fu l’assalto di una nave carica d’oro a finanziare la prima spedizione di guerra degli Olandesi in Brasile.

 

I popoli trapiantati sono quelli del nordamerica, dell’Argentina e del sud del Brasile; colonizzazione più recente, tutt’altre vicende. Sergio Buarque de Hollanda nota come nel Brasile del XVII secolo la lingua tupi-guaranì era quella maggiormente diffusa in Brasile, specie fra i bandeirantes paulista, brasiliani discendenti da europei già da qualche generazione. Gli indios erano ammessi agli esercizi pubblici ricoprendo cariche secondarie. Il portoghese era lingua ufficiale solo per le missive fra le capitanìe e la corona di Lisbona, per il resto s’insegnava negli istituti religiosi, assieme al latino. Esiste una stampa che ritrae il potente Mauricio de Nassau danzare in una roda di tupinambàs. Per fare un paragone, s’immagini un George Washington che arringa in lingua Pequot i nativi del Massachusett o che balla in una danza rituale assieme agli indiani. Niente famiglie dalla granitica fede puritana, la colonizzazione brasiliana era essenzialmente incombenza maschile. Avventurieri, poveracci e uomini di mal’affare, era già difficile trovare alti dignitari disposti ai pericoli di terre sconosciute, figurarsi intere famiglie con tanto di prole: i coloni lusitani s’accoppiano da subito alle femmine indigene.

E' del tutto naturale (anche se la storiografia ufficiale, quasi mai lascia trapelare questo significato) che il processo di colonizzazione si sia esperito attraverso il contatto con i nativi. Così in tutte le latitudini del continente americano, si "scopre" che, nella fase iniziale, la presenza degli indigeni e il contatto con i coloni (in nordamerica come in sudamerica) furono necessari all’esperienza della colonizzazione: è grazie ai nativi che i primi coloni sono sopravvisuti.

 

Se i contrasti spinti dai calvinisti francofoni erano simili agli agguati dei pirati, l’offensiva olandese era guerra in grande stile con implicazioni politico-strategiche. Si concentrò non tanto sulla capitale politica dell’Impero del Brasile, quanto sulla sua capitale economica, Olinda appunto. Dai porti di Recife e di Cabo de Santo Agostinho partivano i bastimenti carichi di blocchi scuri di zucchero da raffinare, diretti verso i porti d’Amsterdam e Rotterdam, dove veniva lavorato e distribuito in tutto il vecchio continente. Ricche casate fiamminghe si trovavano ad avere il monopolio della lavorazione dello zucchero, complici i commercianti ebrei fuggiti dalla penisola iberica vittime d’Isabella di Castiglia e dell’Inquisizione. Una volta che il Sant’Uffizio arriva a Lisbona parte dei sefarditi portoghesi fuggono nel nordeuropa e verso le coste del Pernambuco a formare la prima comunità giudaica d’America. La sinagoga si trova ancora in Rua do Bom Jesus, già Rua dos Judeus a Recife.

 

A partire dal 1591, la Spagna che conquista tutta la penisola iberica, interdice ai sudditi d’Orange le merci provenienti dal Brasile. La West Indische Compagnie, la compagnia delle indie occidentali in mano alle ricche casate olandesi, decide il grande salto: finanziare una guerra per approvvigionarsi direttamente la materia prima, l’allora unica fonte di profitti dal Brasile. La flotta di 67 navi, 1100 cannoni e 7000 uomini sbarca in Pernambuco il 15 febbraio del 1630. La notte successiva, quelle genti delle regioni settentrionali dei Paesi Bassi neoconvertite al protestantesimo, scatenano sui templi cattolici d’Olinda la loro offensiva con inusitata violenza, mettendoli tutti a fuoco.

 

Sono in molti a vedere nell’affare dello zucchero brasiliano la prima globalizzazione economica e i prodromi della rivoluzione industriale. L’intera rete economica era in mano a poche casate che finanziavano produzione, lavorazione e distribuzione attraverso dei veri e propri consigli azionari (il consiglio dei XIX). La compagnia fissava il prezzo regolando la produzione sulla base della richiesta del mercato. Gli engenhos del nordeste brasileiro, i luoghi di produzione dello zucchero grezzo, costituiscono per l’occidente i primi stabilimenti di produzione per un mercato di massa. Esistono descrizioni particolareggiate e rapporti d’analisi economica che, se non stilati attraverso i nostri attuali istogrammi e fogli di calcolo, rappresentano i primi consuntivi su stanziamenti, investimenti che la storia del capitale ricordi: le prime valutazioni sugli accumuli di beni e la determinazione del loro valore di scambio per un mercato globale. 

 

Concentrati di tecnologia meccanica, queste antiche fabbriche producevano a getto continuo. La catena di montaggio: l’engenho vero e proprio era l’ingranaggio che spreme la canna, mosso da un mulino se vicino a una corrente d’acqua, oppure con pariglie di buoi; il succo che raggiunge la casa de caldeiras con la fornace che lo cuoce; la casa de purgar dove si filtra e si raccoglie il prodotto nelle forme; la caixaria dove si pesano e incassano le forme che escono all’esterno, carrelli e binari, per l’essicazione al sole. Un engenho di media grandezza poteva produrre sulle 100 tonnellate di zucchero da raffinare.

 

Molto dei tratti caratteristici della società brasiliana deriva dalla società dello zucchero: casa-grande e senzala. Dalla casa-grande (abitazione, fortezza, ufficio e pousada per gli ospiti) il signore padrone della terra esercitava il suo controllo, espressione della più rigida società patriarcale, esigendo sottomissione ed ubbidienza: la donna, i figli, i dipendenti e gli schiavi. Giunta l’età della ragione il primogenito assume incarichi secondari e si prepara alla gestione futura dell’impresa, i fratelli minori parton per l’Europa, seminario o vita accademica: Coimbra, facoltà di diritto. Dall’altra parte dell’engenho era il complesso senzala, le povere dimore degli esclusi, dagli schiavi braccianti ai piccoli artigiani, abitanti di questo doce inferno: l’enghenho era agglomerato indipendente ed autonomo.

 

L’amministrazione fiamminga nella zuikerland fu affidata al potente Mauricio de Nassau, già realizzatore della favolosa reggia degli Orange all’Aia e del Mauritshuis, ora custode dei capolavori di Vermeer e Rembrandt. Il suo governo fu improntato ad un’utilitaria tolleranza, civile e religiosa. Molta parte dell’aristocrazia fondiaria portoghese con le sue imprese di produzione fu lasciata libera di continuare l’attività, coi dazi dalla WIC meno gravosi di quelli imposti dalla corona spagnola. Per citare due nomi che hanno intrecciato la loro vita con  questa esperienza: René Descartes (il filosofo si arruolò volontario fra le truppe del principe d’Orange prima di intraprendere le ricerche che lo porteranno al suo “metodo”) e Baruch Spinoza (in ebraico, Benedictus latino e Bento in portoghese): parte del suo percorso è dovuto al fallimento del padre, armatore ebreo nell’Amsterdam di quel tempo. La compagnia delle indie occidentali era nata sulla scia delle esperienze fiamminghe in oriente, le terre del Borneo di leggendari eroi salgariani. Le imposte merlate della scarlatta residenza olindense del governatore sulla Rua Porto Seguro, vicino alla chiesa di São Pedro, tradiscono l’evidente ispirazione orientale. L’ambizione del governatore fu quella di iniziare in Pernambuco la dominazione olandese dell’america del Sud: Mauritsstadt la prima città del Brasile coloniale popolata dai concittadini di Frans Hals e Geer Geertsz.

 

 

Assieme alla costruzione di prestigiosi edifici di rappresentanza (a Recife l’attuale palazzo del Governo fu sede della prima assemblea rappresentativa di tutta l’America) Mauricio fece costruire massicce fortificazioni (da vedere Fort de Bryne a Recife e l’imperioso Forte Orange nell’isola di Itamaracà) e diede impulso all’artigianato e alla cartografia. Purtroppo quasi tutte le opere d’arte del periodo della Nieuw Holland tradotte in Europa furono distrutte poi da incendi, ma piazze, canali, ponti e palazzi ancora testimoniano la grandeur dei duchi d’Orange e il loro tentativo di fondare Recife come prima vera città del Brasile. Infatti, come Olinda, le capitali costiere eran città vuote. Salvador, Rio Grande (l’odierna Natal), Nossa Senhora das Neves (l’attuale João Pessoa) e la São Louis dei francesi eran centri amministrativi e di rappresentanza, sede dei luoghi di culto e delle prestigiose residenze dei ricchissimi possidenti. Olinda era frequentata nei dì di festa, con l’aristocrazia a sfoggiare sete e tessuti damascati; dopodichè si ritornava ad abitare dove ferveva l’attività quotidiana, negli engenhos dell’interno. In larga misura questa prerogativa si mantiene ancor’oggi: in fondo, a parte quella terribile notte d’incendi Olinda è sempre rimasta a crogiolarsi nel suo ozio secolare.

 

 

 

João Maurìcio de Nassau-Siegen tedesco, della potente famiglia Nassau, famiglia capostipite degli Orange: re, duchi e regine, nobili lignaggi… Poiché la nobiltà ufficiale è convenzione di poteri forti, postuma revisione dei vincitori, è bene prestare attenzione a personaggi che non meno hanno influito sull’esercizio dei vani poteri terreni in questo lembo di mondo, genti di ben altri blasoni. Col dominio nordeuropeo, la produzione di zucchero ebbe un’iniezione d’efficienza, mai riscontrata prima. Lo sviluppo produttivo giustificava un incremento costante delle maestranze e del combustibile necessario alla produzione e al raccolto. Gli olandesi decidono di approvvigionarsi anche la fonte d’energia essenziale alla completa realizzazione del miracolo pernambucano. Ripetuti attacchi alle coste orientali d’Africa (Benguela, São Tomè, Luanda) tolgono ai portoghesi il monopolio del carburante (nero il suo colore, ora come allora) fabbisogno crescente per raccolta e produzione. Ricostruzioni ufficiali attestano in oltre nove milioni d’unità i coatti dal Senegal, della Costa d’Avorio, ma soprattutto dalle colonie lusitane d’Angola e Mozambico, più degli schiavi importati in tutto il resto d’America.

 

Nove milioni è cifra che rimanda a terribili recenti e più celebrati olocausti, ma occorre interpretare a dovere questi numeri. Ricostruzioni stimano attorno ai due milioni gli abitanti del Portogallo ai tempi della Conquista, più o meno quanto un quartiere dell’odierna metropoli di São Paolo; cinque milioni si stima furono i nativi del continente sudamericano prima dell’arrivo degli europei; Recife e Olinda contavano assieme attorno diecimila anime; l’affollata Firenze di Lorenzaccio non arrivava a sessantamila. Gli abitanti del nordeste brasileiro, assieme ai grancolombiani (Venezuela e Colombia) e gli antillani (i caraibi: Cuba, Haiti e Jamaica) sono i popoli nuovi del continente americano: in una natura tropicale, genti indigene e popolazioni di differente provenienza danno luogo ad un’esperienza umana affatto nuova. Sangue e radici si fusero a creare popoli che prima del XVI secolo non esistevano. A differenza di Cuba o Jamaica, il Brasile non era colonia di ripopolamento, dove la manodopera veniva importata pure per la riproduzione e poi esportata nelle piantagioni di Luisiana e Mississipi. Le navi negriere dirette nei porti di Salvador o Recife portavano il carico di sofferenza di maschi robusti direttamente dalle coste d’Africa e ritornavano vuote per nuovi carichi d’uomini.

 

Durante la traversata oceanica, che durava mediamente 35 giorni, in tanti morivano di stenti. I sopravvissuti (scritti d’epoca fiamminghi deploravano in termini di scarso rendimento l’incidenza del 20% di mortalità sulle navi negriere) venivano accolti nei carceri (come l’attuale edificio Casa da Cultura in Recife) e poi immessi sul mercato (si veda la loggia del Mercado da Ribeira in Olinda) attraverso aste pubbliche con tanto di battitore a fissare la disputa sul prezzo per i mandingo più prestanti o per le bellezze femminili destinate ai sollazzi notturni delle maestranze bianche negli engenhos. Giovani lo erano per forza, che a lavorar in piantagione non si arrivava ai quarant’anni. Essenziale era che quelle povere anime provenienti dalle medesime tribù, non arrivassero a prender servizio presso la stessa fazenda, cosa che poteva costituire un pericolo per la stessa: nella maggior parte dei casi, gli schiavi di un engenho non parlavano nemmeno la medesima lingua. Ancor’oggi la musica, la danza e le pratiche animiste, non sono facilmente riconducibili ad uno stesso luogo d’origine. Orixas e capoeira, elementi di un memoriale non scritto su una mistura di culture ancestrali, sono l’espressione di un panafricanesimo tutto brasiliano.

 

 

 

A differenza degli indios, per i quali i coloni portoghesi, pur considerandosi appartenenti ad una stirpe superiore, nutrivano un certo rispetto, gli schiavi africani erano considerati come capi di bestiame, merce da sfruttare per tutto l’arco dei pochi anni di stenti nelle piantagioni. Era considerato riprovevole il legame sanguigno fra nativi e africani, i cablocos del nordeste brasileiro. L’atteggiamento discriminatorio era naturalmente pienamente avvallato dalla Chiesa della Conquista, che peraltro sostenne scontri violenti, nelle missioni gesuitiche delle valli del Paranà, contro gli stessi portoghesi e spagnoli che avrebbero voluto utilizzare mano d’opera schiava d’etnia indigena. Tutto questo avveniva lontano dalla placida operosità delle piantagioni attorno ad Olinda che, fino all’inizio del siglo de oro, vivono un periodo di prosperità sempre basata sull’odioso sfruttamento che sopravvisse con ciclica intensità fino al 13 Maggio 1888 (!), giorno in cui la regina Isabel dichiara formalmente fuorilegge la pratica della schiavitù.

 

La più grande minaccia alle pratiche coloniali (in assoluto la più lunga e significativa rivolta fino alla liberazione di Haiti degli inizi dell’ottocento) fu senza dubbio l’esperienza del quilombo di Palmares, località dell’allora Pernambuco (ora nello stato di Alagoas). Gli schiavi più forti e coraggiosi fuggivano dalle piantagioni per addentrarsi nella foresta per sopravvivere da uomini liberi in piccole comunità, i quilombos, in cui tutto era condiviso cibo, armi, riparo e naturalmente la paura di venir ricatturati. Nessun quilombo riuscì ad arrivare alle dimensioni e all’importanza di Palmares. Formatosi agli inizi del seicento e costituito da diversi accampamenti (i mocambos), la Nova Angola di Palmares ricopriva un’area molto vasta, arrivando a contare decine di migliaia d’abitanti, fra cui anche bianchi fuggitivi, diseredati e fuorilegge in cerca di protezione.

 

Fra le bellissime incisioni cartografiche fiamminghe dell’epoca, una mostra un nordeste dal profilo ancora incerto con Salvador nella sua Bahia e, più a nord, la capitanìa del Pernambuco con Olinda e Recife: quel che spicca all’interno è un enorme spazio denominato Palmares. Sessantasei furono le spedizioni volte a distruggere quest’ingombrante presidio di libertà; si susseguirono senza sosta, per circa cent’anni. Sia di corona olandese o portoghese, ogni governatore pernambucano promosse invano la sua personale crociata contro i ribelli fino a giungere a contrattare la fine del quilombo nel 1678 in cambio della libertà di tutti i suoi abitanti.

 

La possente figura di Zumbi rimane nell’immaginario mitico di un’esperienza unica: l’eldorado negro del Brasile. Ancora bambino venne rapito dai portoghesi durante gli scontri e messo sotto la protezione di padre Antonio Melo che lo battezza: il piccolo Francisco studia portoghese e latino. In fuga dai conventi gesuiti ritorna al suo quilombo per diventarne il capo. E’ lui che si opporrà allo scambio proposto nel 1678 dall’allora governatore del Pernambuco Pedro de Almeida: non può accettare che solo i negri di Palmares vivano da uomini liberi. Solo l’artiglieria, i cannoni e infine il tradimento poterono finire Zumbi do Palmares nel 1695. Nella sacrestia del convento di Nossa Senhora das Neves, ancora si conserva la statua lignea del Sant’Antonio che proteggeva l’armata reale per l’ultima spedizione di conquista del quilombo

 

Ancora oggi c’è chi si chiede le ragioni della cacciata degli Olandesi dal Brasile. I dirigenti della WIC richiamarono Mauricio in Europa nel 1642 (non ne voleva sapere: rimase ancora due anni ad Olinda prima di partire). Fu un grande sbaglio perché le autorità rimaste non seppero condurre la colonia con la stessa autorità ed efficacia. Prima di lasciare il suo regno brasiliano, con una relazione, il duca d’Orange esortava il consiglio di governo:

 

…dall’amicizia con gli indios, dipende in parte, il successo e la conservazione della colonia, e tenendo questo ben presente, si deve permettere loro di conservare la naturale libertà, com’io feci liberandone molti di quelli costretti in schiavitù durante il tempo del Re di Spagna…

 

Il nuovo governo non segue le raccomandazioni e oltretutto alza le tasse inimicandosi l’aristocrazia rurale portoghese. Non è un caso che la schiacciante vittoria di Guararapes (1648) alla periferia sud di Recife è tutt’oggi celebrata dalle autorità brasiliane. Nella battaglia, in cui le truppe olandesi erano in gran soprannumero, portoghesi, mamelucos e indios, si batterono tenacemente fino alla capitolazione del nemico che segnò l’inizio della fine del dominio olandese in Brasile. Solo sei anni dopo Recife si arrese dopo un assedio dalla terraferma durato mesi (al momento della resa a Recife erano rimasti circa 8000 civili, la metà dei quali olandesi, il resto ebrei e cablocos).

 

Sergio Buarque de Hollanda nel suo Raizes do Brasil elenca tutta una teoria di congetture a spiegare il mancato attecchire del dominio nordeuropeo. La lingua, inanzitutto, considerata troppo astrusa dagli indios; la religione, con la mancanza di ritualità nel cristianesimo protestante che non riusciva ad accendere di spiritualità le genti indigene e mal si prestava al sincretismo animista africano; il clima quente, mal sopportato dai biondi sudditi d’Orange; e infine una più spiccata tendenza a non mescolarsi con le altre genti (quel che oggi chiameremmo intolleranza razziale). Molti degli abitanti di Mauritsstadt, olandesi ed ebrei, salparono alla volta dell’isola di New Amsterdam a cercar fortuna in quella che i posteri chiameranno Manhattan.

 

Olinda tornò ad essere la capitale del Pernambuco. Da Recife, la sede del governo dell’aristocrazia rurale dopo la parentesi olandese ritorna ad Olinda nel bel palazzo che si affaccia nella Rua São Bento, la strada che finisce sul portale della bella abbazia benedettina. Una mattina del 1710 a Recife scoppia la rivolta dei mascates, i venditori ambulanti, dispregiativo con cui la nobiltà fondiaria nominava tutta l’ormai importante classe dei nuovi commercianti. La violenta rivolta assunse subito i connotati dell’eterna lotta di classe, quel fenomeno che dopo ogni infuocato inizio indossa l’immancabile maschera mistificante: la classe dominante da una parte a dirigere i tumulti, i poveri dall’altra a lottare per l’affermazione delle ricche fazioni protettrici. Così ad Olinda, Bernardo Veira de Melo il 10 novembre lancia il primo grido della repubblica del brasile nel Senado da Câmara de Olinda (una delle tante feste che ancora oggi vengono qui celebrate).

 

Il limine del secolo dei lumi riesce fatale ad Olinda. Il rapido declino segue le scoperte dei diamanti, dei giacimenti auriferi (la corsa all’oro di Minas Gerais) e la crescente concorrenza dello zucchero antillano. Ormai troppo distante il Regno del Portogallo continua a sostenere la vecchia aristocrazia rurale ormai al tramonto, i mazombos, spregiativo usato dalla fazione dei mascates, con cui si additavano i discendenti dei portoghesi, i criolli del Brasile. La guerra dos mascates fra le due municipalità di Olinda e di Recife è il seme per l’affermazione indipendentista che verrà, l’ascesa dei nuovi poteri forti locali lontani da Lisbona: la nascita del Brasile post-coloniale.

 

Con la massiccia migrazione verso altri stati del continente brasiliano il nordeste comincia a languire di povertà e declino e da lì a poco pure Salvador lascerà a Rio de Janeiro lo status di capitale. Olinda non si riprenderà più e rimarrà lontana perfino dalle rotte turistiche, l’oblio come unica vera tutela, fino a che un’altisonante agenzia delle Nazioni Unite elegge Olinda patrimonio dell’umanità nel 1982. Arrivano i tributi e i finanziamenti per riparare gli antichi edifici e i loro tetti: eira, beira e tribeira.

 

Occorre fare un salto fino agli anni trenta del secolo scorso per trovare un’altra icona del nordeste brasileiro: memoria nutrita a suon di leggende popolari, di romanzi, di pellicole e di telenovelas. Il capitan Lampião, soprannome di Virgulino Ferreira da Silva, violento e imprendibile furfante che terrorizzò le terre dell’interno, le aride regioni della caatinga del mitico Sertão. O Rei do Cangaço si vestiva come tutti gli altri banditi del periodo: giacche e pantaloni robusti, sandali, cintura di munizioni, Winchester e Mauser semiautomatica e l’immancabile puzzolente cappello di cuoio da cangaçeiro. Segni particolari: portava gli occhiali. Come per tutti i miti, i dettagli son fonte inesauribile d’aneddotica popolare: con quegli occhiali il singolare bandito non solo leggeva (pratica misconosciuta dalle genti da dove egli proveniva) ma pure la sua mira era leggendaria.

 

Il brasile di Getulio Vargas si dimenticò definitivamente del nordeste. La cronica povertà rurale di queste zone aride, dove a stento (ora come allora) si sopravviveva coltivando spezie e bestiame, non rientrava nel rilancio industriale del Brasile moderno. I contadini erano vessati dai proprietari terrieri e da un’autorità pubblica troppo distante: ordem e progresso. Come sempre capita in questi casi, sono i frutti patologici di un’umanità derelitta a ritagliarsi onori e disonori. Gli elementi per la leggenda ci sono tutti. Virgulino lavora sin da bambino nella piccola fattoria di famiglia, finchè il padre non gli muore davanti agli occhi, ucciso dalla polizia. Grande errore dei macacos, gli sbirri che da quel momento in poi si sogneranno di notte la faccia occhialuta del Lampião: il mite contadino che si unisce ai cangaçeiros per vendicare il padre.

 

Di tutti i gruppi di banditi, il suo si rivelò ben presto il più violento. L’artiglieria veniva regolarmente sottratta all’autorità in scorribande che interessavano tutti gli stati del nordeste dal Maranhão a Bahia. Armato fino ai denti, saccheggiava, mutilava, torturava, rapinava e uccideva uomini e bestiame. Il Lampião non era solo: Maria Déa soprannominata Maria Bonita, vestiva allo stesso modo e pure con lei era meglio non scherzare. Il fatto che un soggetto di tal fatta, sia eletto vox populi, come il Robin Hood del nordeste, dovrebbe far luce sull’ancor peggiore reputazione dell’autorità costituita da queste parti. Canudos e Cangaçeiros: tutta una lunga teoria, di briganti e associazioni a delinquere, di questo “far west” brasiliano denso d’anarchia e di messianismo (fonte inesauribile d’ispirazione del  Cinéma Nôvo di Glauber Rocha). Un tradimento e l’imboscata fatale: muore Virgulino, dopo circa vent’anni di taglie sulla sua testa, tradotta a Salvador per esami forensi (tributo a C.Lombroso dall’Università bahiana) assieme a quella della sua bella Maria Bonita.

 

Se è vero che il parametro che si è usato in queste poche righe per misurare il prestigio di un luogo è misura dell’influenza che esso ha avuto sul resto del mondo allora la storia di Olinda dovrebbe incagliarsi alcuni secoli orsono, ma in realtà la storia continuamente tesse la sua rete e spinge i suoi tentacoli aldilà delle parziali valutazioni legate a visioni del mondo ormai remote. Così, solo a stimolare un percorso di ulteriore ricerca si potrebbe evidenziare come il primo presidente autenticamente popolare della democrazia brasiliana ovvero Luiz Inácio Lula da Silva è pernambucano come il Luiz Gonzaga e il Lampião. Ma ancora più importante è il percorso virtuoso che ha condotto a questo successo col conseguente rinnovato prestigio per tutto il nordeste. Hélder Pessoa Câmara meglio noto come Dom Hélder (Fortaleza, 7 febbraio 1909 – Recife, 27 agosto 1999) è stato a lungo arcivescovo della diocesi di Olinda, uno delle anime più attive del Concilio e sicuramente il più prestigioso precursore della teologia della liberazione, movimento sorto in seno alla chiesa cattolica negli anni ’70. Come al solito il tempo si aggroviglia ad Olinda: si è cominciato con un convento francescano e al santo d’Assisi bisogna tornare. Non è un caso che quando ci si imbatte nelle botteghe di artigianato locale si incontrano statuette ed icone del Poverello ovunque. Dom Helder è in fondo un San Francesco dei nostri tempi e del resto oggi chiameremmo Francesco un potente rivoluzionario, un modo tutto moderno di interpretare l’autentica testimonianza dell’immutabile legge della carità cristiana. Dom Heleder provocava: “Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.”.

 

Basta. Lasciamo Olinda. Vale la pena una gita a Cabo de Santo Agostinho a una manciata di chilometri a sud di Recife. Vicino c’è il nuovo porto commerciale: ora come allora navi cariche di zucchero e derivati (cachaça e, da qualche tempo, alcool per autotrazione prodotto nelle usinas, i moderni engenhos). Agli olandesi occorsero parecchie settimane per espugnare il Forte Nazarè che proteggeva l’antico scalo. Il promontorio nasconde la vista verso nord e i grattacieli di Recife sono visibili solo sul crinale reso insidioso da pietrisco scuro, rotondi sassi di lava, sedimenti raffreddati con violenza. Per una volta il filo del pensiero non rimane impigliato al contemporaneo, ma si deposita fra i resti immemori di una terra non ancora popolata, come fanno i ciottoli con la risacca a riva. Non esistono vulcani né vivi né spenti nei paraggi: il basalto scuro su quel crinale è ciò che resta dei cataclismi della crosta terrestre, è la pangea che si è divisa a generare questa costola d’Africa. Una lapide raccoglie la memoria del tedesco Alfred Wegener, che per primo si prese la briga di confrontare questi sedimenti con quelli presenti sulle coste dall’altra parte dell’oceano.

 

 

Links conisigliati:

http://www2.uol.com.br/lampiao/pages/cont5.htm

http://www.colonialvoyage.com/

http://www.vidaslusofonas.pt/zumbi_dos_palmares.htm